1 страницаОпубликовано: 10.08.2026. 17:24
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Глава 1

Pioveva… Un minuscolo giovane cerro, appena spuntato dalla terra, tremava stupefatto al vento, meravigliato di fronte al grande mondo.
«Tutto è così grande, e io sono così piccolo!» esclamò il tenero germoglio, sorpreso.
Gli alberi che sorgevano poco lontano sembravano veri giganti. Da ogni parte si sentiva il fruscio delle betulle, degli aceri e dei pioppi. Il giovane cerro ascoltava ora il loro conversare, ora per un attimo si perdeva nei propri pensieri.
«Chi sono questi uomini?» si chiedeva. «Perché le betulle li rimproverano tanto? È un mistero».
«Vorrei tanto chiederlo loro! Ma nessuno mi nota. Che peccato. Se solo qualcuno mi insegnasse un po’ di saggezza in questo grande mondo sconosciuto… sarebbe così bello e interessante!»
L’erba alta accanto al cerro frusciò in risposta ai pensieri che il germoglio aveva espresso ad alta voce.
«Ci calpestano, ci calpestano senza sosta, e prima o poi ci schiacceranno del tutto».
Il giovane cerro, a quelle parole, si rannicchiò, tremò, si strinse alla terra e sussurrò con voce piena di dolore: «Perché? Perché?»
«Non lo sappiamo!» rispose l’erbetta, e il suo sussurro volò via oltre la collina.
Il germoglio del cerro, immaginandosi calpestato, pianse; e attraverso le lacrime ricordò come, da ghianda, era caduto felicemente a terra, godendo di quel tanto atteso volo verso la vita indipendente. Poi era rimasto sdraiato sotto la chioma rumorosa del padre‑quercia, riscaldandosi nei raggi del sole. E poi? Qualche creatura sconosciuta e ridente lo aveva raccolto e messo in tasca. Lì faceva buio come di notte, e, tremolando per il dondolio, la ghianda aveva trovato un forellino e, traboccante di curiosità, vi aveva sbirciato dentro. E ancora un volo verso la luce bianca.
Si riprese in una piccola radura. Nella terra soffice fece radici e bevve l’umidità, cercando di risvegliare il più presto possibile le proprie forze vitali, di germogliare, di assaggiare la vita del grande mondo.
«Che bello era!» ricordava il cerro. «E ora è così umido e spaventoso!»
Con ammirazione guardò il vicino acero, che puntava la sua cima contro una nuvola grigia.
«Chissà com’è al tatto… Probabilmente è bagnata, ma piacevole».
In quel momento la pioggia cessò per un istante, soffiò una brezza, accarezzando il germoglio con l’aria umida e piovosa, impregnata del profumo della foresta: del muschio e delle fragole. Il cerro sentì che la paura cominciava a svanire e in lui si risvegliava la gioia di vivere. I pensieri si agitavano, creando immagini belle e luminose. Ciò che ancora non aveva visto, lo immaginava; e questa fantasia gli permise di vincere la paura che aveva provato il giorno prima. Quando la pioggia riprese a cadere, il cerro viaggiava già nel suo mondo interiore. Così trascorsero i primi giorni e le prime notti.
Dalle chiacchiere delle betulle seppe che gli uomini vivevano in una città non molto lontana da lì. Il “telegrafo” della foresta funzionava male: molti alberi venivano abbattuti e trasformati in case, perciò le notizie arrivavano spesso confuse e misteriose.
«Ma chi sono, questi uomini?» si domandava il germoglio. «Come sono fatti?»
Il giovane cerro non poteva immaginare che, quando era ancora una ghianda, aveva già visto il primo uomo: una ragazzina di dodici anni che l’aveva raccolto. Ma lo avrebbe scoperto solo molti anni dopo.
Il tempo scorreva inafferrabile, giorno dopo giorno, notte dopo notte. Al posto del piccolo germoglio cresceva ormai un alberello sottile come un gambo, che ondeggiava al vento e tremolava con le sue foglioline verdi. Accanto, nella radura, giallivano al sole alcuni ceppi degli alberi abbattuti: quelli delle sue vicine pioppette. Tremando di paura, il cerro avrebbe ricordato per tutta la vita quel giorno come un incubo terribile, quando gli uomini erano entrati nella foresta con le asce…
L’alberello aveva una paura terribile di essere abbattuto a sua volta. Ciò accadde quell’autunno. Nella foresta si diffuse il panico. «Gli uomini vengono! Gli uomini vengono!» gridavano le betulle, in un coro con i pioppi e gli aceri. Sulla radura arrivarono uomini con strani attrezzi in mano. Cominciarono a scegliere le pioppette. E poi… urla, gemiti terribili e lacrime degli alberi. Il cerro piangeva, tremando, cercava di ritirarsi in sé stesso e, sconvolto da ciò che vedeva, imparò allora a odiare gli uomini. Di uno di loro si sarebbe ricordato per sempre: sul suo viso cresceva un grande “muschio” nero, e, maneggiando un oggetto lucente, non badava al pianto dei poveretti sofferenti, li abbatteva senza pietà…
Poi arrivò l’inverno freddo. Il vento strappò le foglie dagli alberi e portò la neve bianca. I fiocchi candidi lo cullarono fino alla primavera successiva.
…E ora, ripensando a quei giorni cupi, il cerro si riscaldava con affetto al sole, gioendo di essere vivo. Da quel luogo venivano spesso gli uomini. Dalla radura disboscata, oltre la collina, si vedeva la casa umana. A volte albero veniva a trovare il guardaboschi: ammirava il giovane cerro e parlava con lui come con un amico. Gli diceva: «Crescerai, diventerai grande, vivrai duecento anni, mentre noi vecchi non saremo più al mondo». L’alberello amò il guardaboschi per il suo cuore buono e imparò che gli uomini possono essere sia buoni sia cattivi. Ogni giorno il cerro aspettava l’anziano e gioiva al suo arrivo. In sua assenza ascoltava le chiacchiere allegre e tristi dei vicini.
La betulla accanto sospirava: l’inverno precedente i conigli le avevano strappato la corteccia. Era molto addolorata, frusciava al vento e si lamentava della crudeltà degli animali. Gli alberi compassionevoli cercavano di consolarla.
Piano piano il cerro crebbe e accumulò saggezza. Gli anni volarono. Il cerro divenne grande e ramificato. Il guardaboschi aveva smesso da tempo di venire a trovarlo: tanta acqua era passata sotto i ponti. Tutti gli alberi vecchi, i suoi vicini, erano secchi e scomparsi. La radura della foresta si era trasformata in un vasto campo.
Erano trascorsi cent’anni. Tutto era cambiato. L’erba alta, mescolata ai piccoli campanellini azzurri, si perdeva lontano; e laggiù, in lontananza, biancheggiavano tra la foschia azzurra le costruzioni della città umana. Il quercio stava solo, alto, con la schiena dritta e fiera, frusciando alla luce radiosa del sole, respirando il profumo del trifoglio e di altri fiori aromatici. Godeva di tutto ciò, ma una tristezza strana riempiva la sua anima. Il quercio sapeva di essere solo, di non avere con chi parlare, con chi condividere i propri pensieri. Il suo unico interlocutore era il campo erboso, che non lo capiva, ma gli portava pettegolezzi curiosi. Al quercio interessavano, ma sognava di vedere con i propri occhi ciò che non aveva mai visto e di cui aveva solo sentito parlare. Spesso passavano dei ragazzini. Li osservava. I ragazzi andavano a fare il bagno: laggiù, dall’altra parte del prato, si snodava una striscia azzurra del fiume, scomparendo dietro un rilievo. Il quercio si rammaricava di non essere cresciuto di più: ogni centimetro in più gli avrebbe permesso di guardare più lontano, verso l’orizzonte infinito. Ah, se solo potesse diventare un ragazzo o una ragazza e vedere tutto ciò che ora gli è ignoto! Il quercio sognava e piangeva di tristezza. E ogni mattina, nelle prime ore, prima che il sole sorgesse, le goccioline di rugiada, mosse dal birichino venticello, scivolavano giù come lacrime, dissolvendosi nella verde folla dell’erba…

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